Lockdown da Coronavirus? Solo un modo efficace di comunicare può rilanciare la migliore imprenditoria dell’enogastronomia.

Il mondo dei ristoratori, dei titolari dei bar e dei gestori delle pizzerie crede nel mercato e nel liberismo.

Perché la concorrenza, il liberismo e il mercato senza troppe regole e lacci sono i valori dell’imprenditoria: ovvero, di quel sistema economico che consente di creare ricchezza. Non sempre la distribuisce come si deve, ma comunque la crea.

Il mercato, adesso, in piena pandemia da Covid-19, ci dice che non è possibile proseguire nello stesso modo in cui si gestiva la ristorazione e la caffetteria fino a un anno fa.

Non è solo questione di provvedimenti del governo. Non è solo questione di decreti, i famosi e famigerati Dpcm (decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri). E neppure di dibattito politico, dove spesso il motivo vero del contendere sono gli appalti, non le soluzioni ai problemi.

Il problema della “crisi da Coronavirus” va affrontata in modo serio come una crisi economica, dove occorre cambiare.

 

Coronavirus - Imprese - Crisi economica - Comunicazione Strategica - Giornalismo d'Impresa - Agenzia Corte&Media - Maurizio Corte - photo Cristofer Jeschke

 

Lockdown, Coronavirus e crisi economica: i due pilastri per uscire dalla recessione

Due forze reggono e mandano avanti il mondo, amava ripetermi Michelangelo Bellinetti, giornalista e mio mentore: l’economia e la comunicazione.

Sul fronte economico, spetta ai consulenti – che si occupano di business plan e crisi aziendali – offrire soluzioni agli imprenditori. E certo spetta a un governo mettere in campo le misure necessarie per sostenere le imprese; e aiutarle nel rilancio.

In modo efficiente, senza assistenzialismi e dialogando con le categorie produttive, è possibile trovare le soluzioni: sia sul piano dell’organizzazione delle imprese, sia sul piano della progettazione aziendale (prodotti e servizi) e sia sul piano finanziario (rimodulazione delle esposizioni bancarie e dei costi).

Sul fronte comunicativo, il nodo da sciogliere è quello della comunicazione d’impresa: sia nella gestione dei rapporti quotidiani (comunicazione interpersonale) e sia nelle relazioni attraverso i mass media (comunicazione mediale).

 

Coronavirus-Comunicazione-Distanza-Sociale-blog-BrandJournalist-photo-Pablo-Merchan-Montes

 

Ristorazione, crisi da coronavirus e comunicazione

Dopo il lockdown della primavera 2020, alla riapertura di ristoranti e bar e pizzerie e negozi, mi ha colpito un dato di fatto.

Ho notato che solo una parte della ristorazione e della caffetteria ha accettato le nuove regole di messa in sicurezza dei clienti. Gli altri, la stragrande maggioranza, ha “sopportato” le regole e le restrizioni. Una certa fetta le ha pure eluse, in tutto o in parte.

Faccio un esempio: vado dalla parrucchiera (mi faccio tagliare i capelli sotto casa, da Luciana, a Verona) e mi sembra di entrare in un’astronave.
Ecco gli obblighi a cui mi sottopone:

  • distanza di almeno tre metri da una cliente del negozio;
  • obbligo di indossare la mascherina che mi dà lei (la mia è Fpp2); velo che mi ricopre il corpo;
  • obbligo di sanificare le mani;
  • obbligo di mettere il mio giubbetto in un contenitore di plastica.

Ovviamente, la signora Luciana sa come mi chiamo e ha il mio numero di telefono: può tracciarmi.

L’ultima volta, a inizio di ottobre 2020, la parrucchiera mi ha chiesto di tornare un’ora dopo per evitare “assembramenti”: in un negozio ampio, di almeno 40 metri quadrati, c’erano due clienti, la titolare e la sua collaboratrice.

Faccio un altro esempio: vado in un ristorante, il titolare mi fa sedere in mezzo ad altri tavoli, quando c’era posto in un angolo e mi fa notare che è rispettata la distanza di un metro. Un metro vero: 100 centimetri, non un decimetro di più.

Il cameriere mi passa un menù di carta, dicendomi che poi lo butterà. Non mi dice di sanificare le mani.

Lo chef de rang del ristorante indossa la mascherina chirurgica, ma quando può tiene il naso fuori.

Quanto all’oliera, non si fa problema a farla passare fra i camerieri e gli avventori.

Non utilizza il sito web per mostrarmi cosa propone la cucina, ma si premura di mandarmi un video delirante – uno dei tanti – secondo cui il Covid-19 sarebbe un’invenzione di Bill Gates per fare soldi con i vaccini.

Due ambienti, due diversi modi di combattere la pandemia da Coronavirus.

Ecco le domande che mi sono posto:

  • perché la mia parrucchiera è così rigorosa, con protocolli ferrei che rispetta con la cura e la premura tipiche di certe donne?
  • perché invece quel ristoratore, e con lui molti altri che ho incrociato, prende i protocolli di sicurezza anti-virus come una maledizione divina?

Non entro nel merito del virus Covid-19: dov’è stato trattato e diffuso, a chi giovi, quali interessi smuova; se sono esagerati o meno gli allarmi, se ha bene o male operato il governo nazionale piuttosto che quello regionale.

La questione di fondo – cari imprenditori della ristorazione, della caffetteria e del turismo – è un’altra:

  • vogliamo far stare bene il cliente, oppure no?
  • abbiamo a cuore la sua voglia di sicurezza oppure no?
  • teniamo alla comunicazione interpersonale e a quella mediale oppure no?

Il punto dirimente è questo: la “cura del cliente”, attraverso i servizi, attraverso la comunicazione, attraverso il contesto entro cui lavoriamo.

La cura del cliente che si esplicita anche nel pagare le imposte, nell’assolvere a tutti gli obblighi fiscali, nel rispettare i diritti civili e sindacali dei dipendenti.

La domanda di fondo, in sintesi, è se si vuol fare gli imprenditori. Oppure se si vuole stare sul mercato solo in cambio di denaro, pubblicizzando le perdite (forme di assistenzialismo, agevolazioni, prebende) e privatizzando i profitti (evasione fiscale, stipendi sotto-pagati, mancato pagamento delle tasse locali).

Giornalismo - Comunicazione - Impresa - articolo di Maurizio Corte - blog Brand Journalist - Agenzia Corte&Media - photo Vanilla Bear Films


La comunicazione interpersonale

Sono andato in una trentina di ristoranti, trattorie e pizzerie – senza contare i bar – dalla fine del lockdown a oggi. Sia a Verona, la mia città, sia sulla Riviera del Conero, dove sono stato in vacanza. Due zone diverse, quindi.

Un elemento che ho notato è quello della comunicazione interpersonale. Stiamo molto attenti a come gli altri si comportano, quando viviamo stati di incertezza e minacce alla nostra sicurezza.

Ho quindi provato un considerevole fastidio quando un ristoratore di Numana (Ancona) – a pranzo, a inizio settembre, in una sala chiusa ma con finestre aperte verso il mare – non indossava la mascherina nel servire i clienti.

Non ho capito se l’ha fatto per ignoranza, deficienza mentale o per protesta contro le norme anti-Covid. L’ho trovato un gesto di grande maleducazione.

Temo che molti ristoratori, gestori di bar, titolari di pizzeria abbiano scambiato i protocolli di sicurezza per imposizioni dittatoriali e medievali.

Non si tratta, qui, di concordare o meno con il governo (o con il comitato tecnico scientifico) che ha emanato le disposizioni. Si tratta di avere a cuore il cliente, di rispettare il cliente, di mettersi al suo servizio.

Il primo obiettivo della comunicazione interpersonale, in tutte le situazioni in cui si lavora con un pubblico fatto di persone, è avere a cuore l’Altro. E dimostrarglielo.

Ho imparato queste cose da mia madre, Maria, che conosceva i clienti a fondo, li sondava, li investigava, li capiva per meglio servirli.

Quando si presentava un nuovo cliente – nell’osteria con cucina dove sono nato a fine anni cinquanta, piuttosto che nella self-area Agip che gestiva a fine anni ottanta – mia madre aveva un solo obiettivo: capirlo per meglio rispondere alle sue esigenze; e anzi cercare di precedere e anticipare ciò di cui aveva bisogno.

Mia madre era il suo stesso algoritmo. Agiva, in modo umano, come fanno oggi Facebook, Instagram e Google. Perché è così che agiscono gli imprenditori e i commercianti. Altrimenti vanno a fare un altro mestiere.

La comunicazione interpersonale è quindi fondamentale.

Come ci ricorda Dale Carnegie, nel libro Come trattare gli altri e farseli amici, non c’è nulla che interessi più una persona che sé stessa. Noi siamo quanto di più ci interessa: ci importa innanzi tutto di noi; e abbiamo voglia e bisogno di sentirci importanti.

Il soddisfare i criteri di sicurezza contro il Coronavirus lancia un chiaro messaggio al cliente: mi importa di te; tu sei al centro del mio interesse; voglio proporti un servizio che ti faccia stare bene.

Un cliente che sta bene, torna. Fa girare la voce. Si ricorda di dove si è trovato a proprio agio.

Tutto questo passa attraverso la comunicazione interpersonale. Attraverso le parole e i comportamenti.

 

Strategie d'Impresa - Comunicare in modo efficace - Comunicazione Strategica - articolo Maurizio Corte - blog Corte&Media - Photo Dylan Gillis-

La comunicazione attraverso i media

La comunicazione attraverso i media – un profilo social piuttosto che il sito web – non può sostituire quella interpersonale.

I due canali di comunicazione e le due forme comunicative vanno di pari passo.

Le due forme di comunicazione vanno trattate in modo sinergico: la comunicazione interpersonale, fatta di contenuto (le parole, i testi) e di relazione (il modo di comportarsi con gli altri), si integra con la comunicazione massmediale.

Qual è il medium migliore per comunicare? Nella ristorazione, nella caffetteria, nel commercio come in qualsiasi impresa, il centro deve essere il sito web. Guai a investire la propria immagine soltanto in un social network.

Il social network – Facebook piuttosto che Instagram, o Pinterest o Linkedin – è uno strumento di relazione, di socializzazione, di contatto con gli altri. Si tratti di clienti, di amici, di persone sconosciute o di istituzioni e organizzazioni.

Il fondamento della comunicazione d’impresa è il sito web: ovvero, il luogo proprietario dove un’impresa costruisce la propria reputazione, si fa conoscere, propone servizi e prodotti, comunica con il proprio pubblico.

Come Plaza Media Company – gruppo di professionisti e di ricercatori universitari del comunicare – facciamo tesoro delle esperienze dei migliori specialisti internazionali di comunicazione e marketing digitale.

Il mantra è il solito: investi sul tuo sito web e sulla tua comunicazione, per far conoscere il tuo locale, il tuo menù, la tua squadra di lavoro, quello che fai e quello che proponi ai clienti.

Tieni i social, pochissimi ma ben curati, per le relazioni, per l’ascolto, per capire come va il mercato, per far conoscere il tuo sito web.

Non seminare sul terreno di altri. Semina e investi sul tuo terreno, sulla tua proprietà, sul tuo sito web: e fallo ricorrendo a professionisti della comunicazione, non a dilettanti o a chi tratta il web come un hobby.

Costa la comunicazione di qualità? Certo che costa. Costa migliaia di euro. Ma dà risultati. E risultati tangibili, dimostrabili, certificati, nel caso della comunicazione digitale e del web marketing.

La comunicazione è Comunicazione Strategica o non è comunicazione di valore.

La comunicazione strategica ha obiettivi, strumenti, valori, metodi di verifica. Viene svolta da professionisti che ti consigliano sulla direzione da prendere; su dove investire; su come agire.

Ti sogneresti mai di pilotare un’auto da Formula Uno? O di prestare l’ultimo modello di Bmw a un ragazzino con il foglio rosa?

Allo stesso modo, evita di improvvisarti comunicatore, o giornalista, o webmarketer. E affidati ai professionisti della comunicazione.

 

brand-journalism-for-emergencies-company-management-Brand-Journalist-blog-Corte&Media Agency - photo by Austil Distel

Il valore dell’approccio umanistico alla comunicazione

La comunicazione, dicevo prima, è fatta di contenuto e di relazione. E’ sostanziata di messaggio e del modo di rapportarsi agli altri.

La comunicazione ha a che fare con le persone. Con gli esseri umani.

Sia nelle interazioni in presenza, che in quelle attraverso uno smartphone o un computer, non dimenticare mai che dall’altra parte vi è un essere umano.

Di qui il valore di un approccio umanistico alla comunicazione.

E di qui la grandezza di quella famosa frase del filosofo tedesco Immanuel Kant (1724-1804): “Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo”.

Non si tratta solo di valori in cui credere, di una passione ideale che se non c’è non te la puoi dare. Si tratta – per chi non è convinto nel cuore di questo approccio – almeno di convenienza.

Ne sanno qualcosa gli esperti internazionali di web marketing, come Mark Schaefer, che parlano di human centered marketingL’essere umano al centro del marketing. Chi l’avrebbe mai detto?

Non è un caso che, assieme al target, si parli di buyer persona, ovvero del tuo cliente ideale.

Assieme a caratteristiche socio-demografiche, il tuo cliente (o potenziale cliente) ha paure, sogni, ansie, passioni, progetti. C’è qualcosa che lo tiene sveglio la notte; o un obiettivo che vuole perseguire.

Perché un cliente entra nel tuo ristorante?Perché acquista una tua pizza da asporto? Perché si siede al tavolino del tuo bar? Solo per soddisfare un appetito, avere la convenienza di cenare con la pizza a casa, oppure il lusso di togliersi la voglia di un croissant con la crema e un caffè macchiato?

Dietro ogni servizio o prodotto vi sono sogni, paure, bisogni, progetti, ansie da placare piuttosto che voglie da sublimare.

Chi sa comprendere queste caratteristiche umane – assai umane – può pensare di fare fortuna con la propria impresa. Chi le ignora, galleggerà alla superficie della propria impresa.

Magari c’è chi fa i soldi ignorando l’umanità del cliente, l’attenzione alla persona. Ma è un modo gratificante di essere e fare l’imprenditore? Io credo di no.

 

Coronavirus - Brand Journalism - comunicaziopubblica - giornalismo d'impresa - marketing - pubbliche relazioni - Maurizio Corte - Agenzia Corte&Media

Brand Journalism, uno strumento per il rilancio delle imprese

Con il gruppo di Plaza Media Company – una squadra di giovani professioniste e studiose della comunicazione – abbiamo fatto una scelta di campo, grazie a un’intuizione di Sonia Gastaldi, sociologa e appassionata della scrittura.

La scelta di campo è quella del Brand Journalism: il giornalismo d’impresa.

Non è un giornalismo servile. Né un giornalismo propaganda. E’ semmai un giornalismo che mette la propria tecnica, etica professionale e visione strategica al servizio delle imprese.

Ricerca delle informazioni, selezione delle informazioni, confezione delle informazioni nel formato del racconto e del notiziario. Questo è il giornalismo, nelle sue fasi dalla raccolta delle notizie alla loro diffusione.

Con il Brand Journalism l’impresa si racconta, partendo da ciò di cui ha bisogno l’Altro, il cliente (o il potenziale cliente).

La risposta alla “crisi da Coronavirus”, la reazione alla recessione economica e alle difficoltà del mondo dell’enogastronomia, della ristorazione, della caffetteria e di tutto il mondo imprenditoriale viene dalla comunicazione.

La comunicazione – intesa come Comunicazione Strategica – si articola, poi, in comunicazione interpersonale (in presenza o mediata dagli strumenti social) e in comunicazione massmediale (che tiene conto dei feedback dei lettori).

Solo una comunicazione umanistica può fronteggiare e vincere quella battaglia. Perché, se è vero che “nessuno si salva da solo”, è altrettanto vero che nessun imprenditore si salva senza la comunicazione di qualità.

Maurizio Corte
@cortemf

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Photo di copertina: thanks to Alex Popov (Unsplash). Le altre foto sono da Unsplash.


Maurizio Corte
@cortemf

(Photo: thanks to Huseyin Kaya, Unsplash)