Scoperta, strategia, gestione. Come si passa dall’incerto germoglio di un’idea alle solide radici di un progetto transmediale.

Lo Storytelling Transmediale si sviluppa in seguito a un’idea geniale? Oppure tutto parte dalla progettazione accurata di elementi preesistenti che poco hanno a che fare con la fantasia?

Gli esperti in comunicazione sanno bene che rispondere a queste domande è come ritrovarsi di fronte al quesito: è nato prima l’uovo o la gallina?

Di sicuro una certa predisposizione alla creatività ci dev’essere, perché senza fantasia è difficile trovare lo spunto per proseguire nella narrazione.

Creare universi transmediali richiede lo sviluppo di una fervida immaginazione. Con moderazione però: perché la creatività senza regole è caos.

Se decidi di sviluppare un progetto transmediale, dai pure sfogo a tutta la tua fantasia, poi fermati a riflettere su quali sono i tuoi obiettivi.

Cosa vuoi ottenere?

Quali risultati vuoi raggiungere?

Quali vantaggi stai proponendo?

Queste sono solo alcune delle domande che bisogna porsi prima di modellare l’idea iniziale in base alle tue esigenze.

Decidere di sviluppare universi narrativi comporta la consapevolezza di star per salire su un treno con fermate obbligatorie e necessarie durante la corsa.

È come intraprendere un viaggio di cui magari hai ben chiara la meta, ma nebulosa la conoscenza delle tappe.

Spesso un esperto di Storytelling Transmediale sa bene quale risultato vuole ottenere, ma ignora i modi per poterlo raggiungere.

Così finisce per abbandonare il treno in corsa, e magari un progetto dalle notevoli potenzialità finisce per essere dimenticato sui binari.

Come evitare di lasciare un progetto in fase embrionale nel limbo tra l’idea illuminante e la sua effettiva realizzazione?

Grazie a tre fasi fondamentali:

  1. Fase della scoperta
  2. Fase della strategia
  3. Fase della gestione

Seguendo l’ordine di queste tre fasi, sarai in grado di estrapolare l’idea vincente dal limbo e di dar vita a un progetto transmediale concreto ed efficace.

Fase della scoperta: l’idea prende forma

Eureka!

Questa è l’esclamazione che utilizzo più spesso quando all’improvviso mi viene un’idea, per non dimenticarla l’appunto su un foglietto o la salvo tra le note del mio cellulare.

Perché le migliori idee arrivano come una folgorazione, poi però se le lasci defluire via dai pensieri, te ne dimentichi.

L’altro giorno ero in treno e i miei pensieri si sono annodati su un punto cruciale: cosa me ne faccio di una bella idea?

Se anche tu ti sei mai posto questa domanda, sappi che la prima cosa da fare è appuntare la tua idea e continuare la lettura per scoprire il da farsi.

La prima fase riguarda la scoperta.

Hai tra le mani un’idea grezza che ha bisogno di essere smussata e adattata al contenitore in cui sarà inserita.

Per ora ti basta che ci entri, al suo sviluppo ci penserai nella seconda fase.

La scelta del pubblico di riferimento

Qualunque esperto in comunicazione concorderà che senza un target di riferimento il treno non è in grado nemmeno di lasciare la stazione.

Cosa significa?

Significa che il tuo pubblico rappresenta le fondamenta dal quale partire per edificare il tuo progetto. Del treno sono i binari.

Senza un pubblico che apprezzi la tua idea e che usufruisca del tuo racconto, non c’è comunicazione transmediale che tenga.

I fruitori del tuo progetto saranno il tuo universo, tutto dovrà ruotare intorno alle loro preferenze.

Sapere a chi si sta raccontando orienta il lavoro su specifiche tematiche ed elementi redazionali.

Il segreto per rivolgere il racconto a un’audience precisa sta nell’atto di immergersi nella sua vita, nella capacità di identificarsi nel lettore.

Vestire i panni del pubblico, ti permette di simulare le sue mosse e capire i meccanismi che lo inducono a compiere certe azioni.

L’ampia conoscenza sui gusti, le esigenze e gli obiettivi del tuo target di riferimento, va a vantaggio del tuo progetto. Più ne sai e meglio è.

La costruzione di una community contribuisce a rafforzare le basi del progetto transmediale.

Mai sottovalutare la presenza del pubblico. È proprio lui ad avere tra le mani il potere decisionale in grado di determinare le sorti del tuo progetto: un successo o un fiasco?

Come si adatta il racconto al pubblico partendo da un’idea

Dopo aver elencato in modo dettagliato quale sarà la tipologia di pubblico a cui far riferimento, il passo successivo è quello di smussare gli angoli della tua idea ancora grezza.

Cerca di comprendere quali grandi temi e miti di vita fanno parte dell’esistenza del tuo target.

Henneke Duistermaat, professionista della Comunicazione Strategica e della scrittura persuasiva, consiglia di entrare nella testa del lettore ideale.

Se vuoi davvero persuadere il tuo lettore a rimanere in contatto con te, iscriversi o comprare qualcosa bisogna concentrarsi sulle sue esigenze, desideri, speranze.

Come si declina la tua idea in questo contesto?

Parti con l’analizzare le sfide e i problemi che il tuo pubblico affronta nel quotidiano, con lo scopo di riuscire a fornire, per quanto possibile, soluzioni giuste e su misura per lui.

Poi passa ad esaminare i grandi temi esistenziali che compongono le vite delle persone.

Il pubblico, qualunque sia la sua fascia d’età, è legato a cinque tematiche principali: l’amore, il gioco, il lavoro, il dolore, la morte.

Dove si colloca la tua idea tra questi temi?

Una volta individuata la dimensione del tuo racconto, sarà più facile continuare a sviluppare la tua idea.

Fase della strategia: dalla creazione dell’immaginario visivo all’individuazione degli habitat mediatici

Andrea Phillips, designer e scrittrice di giochi transmediali americani, nel libro “A creator’s guide to Transmedia Storytelling” afferma che: “la fortuna di una storia transmediale non deriva dall’inserimento di elementi considerati di moda in quel momento e per questo apprezzati dalla massa. Per ottenere successo bisogna avere uno scopo preciso da perseguire e bisogna curare ogni singolo pezzo, avendo sempre sotto controllo il quadro generale”.  

L’idea iniziale ora è pronta per essere sviluppata.

Quando penso a un racconto immagino il das che usavo da bambina per modellare oggetti. Si tratta di materiale ludico, che con la fantasia collega il gioco alla comunicazione.

La tua idea ora è come il das, pronta per essere modellata. Tocca a te decidere cosa raccontare e in che modo creare l’universo narrativo.

Essere in grado di leggere la realtà stimola la fantasia.

Riuscire a scovare ogni sfumatura o particolarità del mondo che ti circonda, di sicuro potrebbe rendere il racconto migliore.

Arricchire la storia con dettagli che solo un acuto osservatore è capace di vedere, dona alla storia una trama corposa e interessante.

Il racconto di base è il lievito madre di un progetto transmediale.

Grazie alla sua capacità di crescita, il racconto stimola l’ispirazione, raddoppia di volume ed enfatizza tutte le componenti che fanno parte dell’habitat narrativo.

Nel modello generale utilizzato per la stesura di un racconto sono presenti diversi elementi, da un destino da realizzare a un messaggio esplicito da veicolare.

Lo schema narrativo è ricco di informazioni e contenuti carichi di emozione.

Un ulteriore passo verso il coinvolgimento del pubblico lo si compie costruendo un habitat percettivo che esce dalla dimensione fiction e si avvicina alla realtà.

L’universo narrativo transmediale rispetta parametri che andranno a potenziare l’intuito del pubblico.

Si tratta di un habitat narrativo non composto da sole parole, ma comprensivo di messaggi che possono essere veicolati e recepiti solo attraverso la stimolazione dei cinque sensi.

A tal proposito è strategica la creazione dell’immaginario visivo.

Il racconto transmediale: un viaggio sensoriale attraverso multiple piattaforme mediali

La fase strategica prevede la realizzazione di un nuovo mondo in grado di essere riconosciuto grazie alla percezione di tutti e cinque i sensi.

Transmedia significa anche nutrire delle aspettative.

Dall’idea sei passato alla realizzazione. Cosa succede ora?

Per un progetto transmediale è importante che una scena chiave possa essere spezzata e rappresentata in due o più canali diversi.

Ricorda che l’elemento di un racconto inizia su una piattaforma e si conclude su un’altra.

È questa la chiave del suo successo.

Per descrivere le caratteristiche essenziali di una storia transmediale viene sviluppato un forte e distinto “visual sense”, perché sarà proprio l’occhio a percepire il significato.

Tutto quello che verrà costruito dovrà rispettare l’idea originale, affinché la vista del pubblico non perda mai il senso dell’orientamento.

L’occhio segue il racconto, per questo motivo garantire un costante livello di attenzione significa rendere la narrazione il più fruibile possibile.

Evita trame complicate: meno è meglio.

Lavorare sulle rappresentazioni sociali visive e sugli atti iconici significa fare visual storytelling.

Erika Milagros Antonini parla della sua potenza, ne elenca i punti cardine fornendo una spiegazione sul motivo per cui le immagini visive e i sistemi linguistici svolgano un ruolo determinante nella definizione dell’immaginario comune.

Racconti, simboli, metafore, generano la creazione di immagini nella testa delle persone.

Il cervello, infatti, pensa per immagini che a loro volta producono esperienze percettive al fine di costruire la realtà.

L’insieme di rappresentazioni mentali è il prodotto del pensiero narrativo, un pensiero concreto che si esprime con immagini simboliche e che dipende da ricordi personali, reminiscenze famigliari (come proverbi, credenze e superstizioni), conoscenze collettive (come miti, leggende e fiabe), pregiudizi sociali e stereotipi culturali.

La tua idea, a questo punto, non ha bisogno di essere sviluppata in parole, ha bisogno di essere scritta in immagini.

Il racconto per immagini assume il ruolo di distributore di emozioni.

La capacità di far ridere o piangere con una foto implica che dietro di essa ci sia un flusso di azioni che sono successe prima dello scatto, capaci di immedesimare e coinvolgere il pubblico grazie alla forza drammatica che viene generata con l’immagine.

La fase della strategia si conclude con l’individuazione degli habitat mediatici del racconto.

La scelta delle piattaforme mediali su cui portare in vita l’habitat narrativo e distribuire il racconto finito e pronto all’accoglienza dovrà essere accurata e mirata a valutare i particolari.

Dai cartacei ai digitali, si sceglie il mezzo di informazione migliore in base all’esperienza d’uso dei pubblici sul dispositivo, al budget a disposizione per la realizzazione, ai risultati attesi e alle forze a disposizione in caso qualcuno voglia contribuire alla realizzazione del progetto.

Per compiere, quindi, la giusta scelta bisogna considerare vari fattori: dal periodo al budget, dalla soddisfazione del pubblico all’accessibilità al progetto.

In base al target viene deciso il canale transmediale utilizzando i mezzi d’informazione che più si adattano a quella specifica generazione.

Il rapporto tra lo storytelling e la tecnologia è un sodalizio che si è rafforzato negli anni con il potenziamento sempre più avanzato delle scoperte tecnologiche.

Stare al passo con i tempi, nel rispetto delle culture e delle opinioni di tutti, è sinonimo di alta qualità in ambito transmediale.

Inoltre, la possibilità di far condividere al pubblico i contenuti del progetto sui propri canali social accresce il valore del racconto.

Se sei arrivato alla fine di questa seconda fase, puoi tirare un sospiro di sollievo: il più del lavoro è stato svolto.

Fase della gestione: seeding e monitoraggio

L’ultima fase del lavoro comprende una serie di procedimenti che andranno a definire il piano comunicazione, il cosiddetto seeding.

Si tratta di monitorare il progetto per avere sempre sotto controllo l’andamento generale dello stesso e per aggiustare il tiro laddove ci sia bisogno di intervenire.

La tua idea non può essere mai lasciata sola. L’hai generata, accudita e nutrita. Ora è pronta ad affrontare il giudizio del mondo, sempre sotto la tua costante supervisione.

Il piano comunicazione semina indicazioni generali e controlla che tutto proceda secondo i piani.

I suoi scopi vertono su:

  • l’analisi degli obiettivi strategici;
  • la possibilità di poter contare sulle alleanze;
  • la valutazione dei costi e dei budget di produzione;
  • il calcolo dei tempi di elaborazione;
  • la valutazione in tempo reale del progetto;

Ti renderai presto conto che ideare, progettare e creare un progetto narrativo transmediale richiede impegno e costi.

Molti prodotti sono sponsorizzati e sono commissionati dalle grandi agenzie di comunicazione.

Ma cosa succede se di fronte all’ultimo passo da compiere, ti rendi conto che il tuo progetto è tutt’altro che economico da realizzare?

In questa fase puoi chiedere di far scendere in campo altre risorse.

Attraverso il crowfunding, puoi ricevere i soldi direttamente dal pubblico interessato all’argomento del progetto, grazie a una sua libera offerta.

Considera anche che esistono numerosi concorsi che mettono a disposizione delle borse di studio per incentivare la creatività, basta presentare un buon progetto.

Le donazioni, le pubblicità, il merchandising dei prodotti col marchio del progetto transmediale contribuiscono a seminare altra curiosità, e la fama del progetto si espande a macchia d’olio intrecciandosi coi tessuti sociali e la realtà. Pensa all’immenso universo di Harry Potter.

Quindi, dai libero sfogo alla fantasia e trova qualcuno interessato a finanziarti.

Ricorda di testare la validità del progetto, utilizzando strumenti come l’analisi SWOT che per l’appunto collauda punti di forza, debolezze, opportunità e possibili minacce del tuo progetto transmediale.

A questo punto il tuo racconto sarà imbattibile, ma non inattaccabile.

È consigliabile evitare di peccare in presunzione e assumere un atteggiamento comprensivo davanti a opinioni e giudizi di diversa natura da parte del pubblico.

Chissà che da una critica non possa nascere un nuovo punto di forza, che dona al racconto una marcia in più, accrescendo il suo valore. 

Un’ottima idea non è mai perfetta, ma nulla toglie che si possa migliorare puntando sempre più in alto.

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(Photo credits: thanks to Daniel Öberg, Unsplash)