Solitudine, paura e incertezza. Sono le tre eredità del Coronavirus. E le tre sfide delle imprese per il rilancio.

Sul piano economico ci sono persone che stanno molto bene, persone che stanno bene, persone che sopravvivono in qualche maniera e persone che proprio non ce la fanno.

La nostra società si divide in questi quattro gruppi. L’ultimo gruppo è quello messo peggio.

Il fine etico di tutti noi – imprese, comunicatori, professionisti, giornalisti, studiosi – è di fare stare meglio chi non ce la fa.

L’obiettivo è di aiutare coloro che sopravvivono a migliorare le proprie condizioni economiche.

Il grande problema, però, non è economico in senso stretto.

Fosse solo quello, con un cambio culturale all’insegna della solidarietà, possiamo sconfiggere fame ed esclusione sociale.

Le risorse ci sono. Si tratta di incrementarle e di meglio distribuirle, con vantaggio di tutti: a cominciare dalle imprese, che vivono grazie a un mercato con consumatori di qualità.

Imprese: l’eredità del Coronavirus

Il problema vero, dove non bastano neppure migliaia di miliardi di euro per risolverlo, è l’eredità culturale del Coronavirus.

Un’eredità che possiamo identificare con tre stati d’animo umani, molto umani: paura, incertezza e solitudine.

Della solitudine da Coronavirus e da dopo-lockdown parla Mark Schaefer, uno dei maestri del nostro gruppo di Plaza Media Company.

Mark Schaefer – senza voler criticare la Apple – cita come esempio di “triste solitudine” l’ultimo video della casa fondata da Steve Jobs.

Il grande esperto di marketing dice di non volersi arrendere alla solitudine dello schermo del computer.

Non vuole accettare la mancanza di interazione sul piano umano, delle relazioni e degli incontri.

La solitudine è legata a quel dialogo con lo schermo del computer.

A questo proposito, una delle teorie delle comunicazioni di massa, ci ricorda quanto segue: chi fa un uso massiccio della televisione sovrastima il livello di violenza nel proprio quartiere.

Ecco che il collegamento fra solitudine, uso del tempo passato davanti a uno schermo e paura si mostra evidente.

Coronavirus e incertezza

Quello che mi preme sottolineare, come gruppo che si occupa di Giornalismo d’Impresa e di Comunicazione Strategica, è l’altra eredità del Covid-19: l’incertezza.

E’ l’incertezza sul futuro che blocca, ad esempio, gli italiani dallo spendere e consumare.

I dati ci dicono che – ferma restando la purtroppo tradizionale separazione fra abbienti e poveri – sono aumentati i depositi sui conti correnti degli italiani.

Se domattina lo Stato ci desse 10.000 euro a famiglia, per i prossimi dodici mesi, quei 10.000 euro finirebbero sul conto corrente.

Solo una piccola parte, così ci dicono gli indicatori psico-economici, finirebbe in acquisti, in investimenti, in operazioni finanziarie utili alle imprese e all’economia tutta.

L’incertezza blocca ciascuno di noi.

Non sapendo cosa ci accadrà, restiamo fermi, immobili. Temiamo che non ce la fare con il lavoro. Che la nostra professione, o quella di altri, subirà un danno.

L’incertezza impedisce di progettare, di avere una visione innovativa della vita e delle relazioni umane, di studiare il rilancio sul piano imprenditoriale ed esistenziale.

Cosa possono fare le imprese contro l’incertezza

Il tema dell’incertezza mi ricorda il tema della “paura dello straniero”.

Alcuni politicanti da strapazzo speculavano sulla paura degli italiani, per accreditare l’idea dell’invasione di immigrati.

Anziché proporre soluzioni e politiche serie, rigorose, severe sull’immigrazione, l’inclusione e l’approccio interculturale… seminavano veleno e timore.

Ora quel timore, quelle paure si sono riversate sul Coronavirus.

Hanno cambiato obiettivo, ma l’humus è quello: dalla paura dell’immigrato straniero alla paura del virus straniero.

Che cosa fare? L’impresa non può agire – come consiglia Seth Godin con il suo libro Questo è il marketing – che sul piano culturale.

L’idea di Antonio Gramsci, studioso marxiano che fa sentire i suoi echi persino sui liberisti del marketing, è quella dell’egemonia culturale.

Per Gramsci che l’egemonia culturale è un concetto che comprende le diverse forme di “direzione intellettuale e morale”.

Comprende le diverse forme di “dominio culturale” di un gruppo o di una classe sociale.

Quel gruppo è in grado di imporre ad altri gruppi i propri punti di vista, la propria visione del mondo, i propri valori.

Come lo fa? Attraverso pratiche quotidiane e attraverso credenze condivise.

Vi è insomma una “pratica quotidiana” che aiuta a far prevalere una certa atmosfera culturale

E vi sono credenze condivise – attraverso la scuola, i media, le relazioni interpersonali – che contribuiscono a quella atmosfera. A quella cultura.

Alla fine di è una interiorizzazione, ci dice Gramsci, di valori e pratiche culturali.

Si attua, così, un sistema di controllo sui valori, sui pensieri, sulle emozioni e sui comportamenti.

Per rimediare alla “cultura dell’incertezza”, occorre proporre pratiche culturali all’insegna della sicurezza, della tranquillità, della rassicurazione, della progettualità e della speranza.

Gli strumenti per fare questo ci sono. E sono quelli di cui scriviamo in questo blog: il Brand Journalism e la Comunicazione Strategica.

Sia chiaro: non basta bombardare di messaggi clienti (o potenziali clienti) per farli passare dall’incertezza alla fede cieca nel futuro.

Non funziona così.

La Comunicazione Strategica e il Brand Journalism agiscono partendo dall’ascolto

Da questo primo passo, comunicazione e giornalismo si sviluppano all’insegna della promozione della persona, dell’approccio umanistico.

Il passaggio è a tre stadi:

  • definizione del problema (“comprendere l’incertezza”),
  • attraversamento del territorio ostile (“disarmare l’incertezza”),
  • soluzione del problema (“dare un’alternativa all’incertezza”)

L’obiettivo non è fare miracoli in tempi rapidi.

L’obiettivo è un investimento a lungo termine che, partendo dalle piccole pratiche quotidiane, ridia fiducia nel futuro a persone spaventate, sole e incerte.

A questo obiettivo servono la Comunicazione Strategica e il Brand Journalism.

Vuoi approfondire i concetti che ti ho espresso in questo articolo? Hai una tua opinione da esprimere su cui costruire un articolo anche come “guest blogger”?

Scrivici alla email della redazione di Brand Journalist: redazione@brandjournalist.it

Puoi seguirci sul profilo LinkedIn di Brand Journalist.

Il gruppo di consulenti di Comunicazione Strategica, Brand Journalism e Giornalismo d’Impresa internazionale li trovi nel sito web: Plaza Media Company.

(Photo credits: thanks to Keegan Houser, Unsplash)

La canzone che ti consiglio, da abbinare a questo articolo, è “Unicornio”, di Silvio Rodriguez.