Investire nel Giornalismo d’Impresa per ripartire dopo l’emergenza.

“Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”, scriveva Giuseppe Ungaretti nel 1918, nella poesia “Soldati”.

Siamo stati così, in un tempo sospeso, a fare i conti con l’incertezza. E’ il tempo giusto che ci serve per progettare il nostro futuro, dopo il Coronavirus.

Ci siamo ripetuti che per le imprese e per la nostra vita quotidiana nulla sarà come prima.

Alcuni comparti aziendali saranno rivoluzionati. Penso al turismo, ai trasporti, alla ristorazione e al rito dell’aperitivo al bar con gli amici.

Come sostiene Andrea Terraneo, presidente Associazione enoteche italiane vinarius, intervistato dal wine blogger Francesco Saverio Russo, di Wine Blog Roll, “L’idea di Vinarius è che si debba trarre vantaggio da questa disgrazia per ricominciare correggendo gli errori del passato, “.

E prosegue Terraneo: “Errori che ci sono stati e che senza questa sventura difficilmente sarebbe stato possibile andare a rivedere. La parola d’ordine per il nuovo assetto all’interno della filiera vino è all’insegna della professionalità“.

La ripartenza è importante avvenga con azioni di miglioramento per aziende e organizzazioni:

  • più qualità della produzione e dei servizi;
  • più sicurezza dei processi di lavoro e di chi vi opera;
  • più diritti per gli addetti;
  • meno palude burocratica e più efficienza;
  • migliore progettualità delle imprese;
  • comunicazione strategica e Brand Journalism

Le fragilità del nostro tempo: comunicazione, umanità, azioni sociali

L’esperienza della Fase Uno del virus Covid-19 ha dimostrato la fragilità del nostro tempo.

Se qualcuno ne aveva bisogno, abbiamo colto quanto sia friabile non solo l’esistenza, ma anche tutto il sistema produttivo ed economico.

Ci siamo resi conto che la comunicazione può segnare il discrimine fra il vivere e lo scomparire, fra lo stare bene e l’ammalarsi.

La comunicazione può separare l’efficienza dalle inefficienze.

Il comunicare segna il confine fra ciò che funziona da ciò che non gira e non produce risultati, siano essi economici o di tipo morale ed esistenziale.

Abbiamo avuto bisogno di un supplemento di umanità, là dove umanità vi era. E là dove l’umanità non c’è stata si è capito che l’elemento umano, tanto umano è fondamentale.

Persone, mansioni, ruoli che davamo per scontato si sono rivelati preziosi, quando sono venuti meno.

Gli invisibili lavoratori dei mestieri più umili sono apparsi in tutta la loro grandezza.

Mentre gli arroganti, i saccenti, i ladri di idee e i privi di etica si sono rivelati nella loro miserevole inutilità.

Ad essere evidenti sono stati, poi, i comportamenti sociali.

Lo “stare tutti a casa” ha segnato le nostre vite. E ha dimostrato, dati alla mano, la differenza fra l’un comportamento e l’altro.

Pensiamo alla curva dei contagi. Pensiamo al traffico tolto dalle strade. Pensiamo ai rumori e all’inquinamento venuti meno. 


Un nuovo “frame” ci attende per leggere la vita

Siamo stati costretti a cambiare i nostri schemi mentali, per poterci adattare.

Lo abbiamo fatto nell’arco di poche settimane. In qualche caso nell’arco di pochissimi giorni.

Si pensi alla didattica a distanza, di cui mi occupo da una quindicina d’anni con il Master in “Intercultural Competence e Management” (mediazione e comunicazione interculturale), all’Università di Verona.

Pensiamo allo smart working, da sempre ignorato e sottovalutato in Italia, rispetto alla media europea. Oppure rispetto agli Stati Uniti.

Quelle che ci erano state presentate come emergenze – si pensi all’immigrazione – e come rischi per il nostro vivere civile, sono diventate emergenze vere… ma al contrario.

Mancano donne e uomini per i raccolti nei campi. L’agricoltura soffre la carenza di braccianti, spesso bene specializzati, per la frutta, la verdura e ad agosto per l’avvio della vendemmia.

Il reale, la vita quotidiana stravolta, l’emergenza ci hanno costretti a rivedere le nostre priorità. 

Siamo stati costretti a ripensare ai nostri modelli d’impresa. Alla revisione delle nostre professioni.

Anche il piano editoriale di questo nostro blog sul Brand Journalism ha subito un cambiamento. E ci siamo voluti interrogare sul ruolo sociale e innovatore della comunicazione.

Sonia Gastaldi, forte della sua esperienza di IT manager e della sua cultura sociologica, ha voluto riflettere su come affrontare questa situazione, nell’interesse delle imprese.

Mi sono interrogato, da parte mia, sul valore del Giornalismo d’Impresa. E di come metterlo al servizio delle aziende e delle organizzazioni.

Dalle retrovie della nostra esperienza professionale e della nostra formazione culturale abbiamo tirato fuori le chiavi interpretative, le lenti per osservare da vicino e gli strumenti per progettare il futuro.

 

Nuove (vecchie) abitudini di un tempo immoto

Abbiamo tutti colto l’importanza dei beni di prima necessità: il cibo, la salute, le interazioni sociali, la qualità del vivere.

Per il cibo siamo tornati a forme di commercio che sembravano ridotte a casi eccezionali: le consegne a domicilio.

Il commercio elettronico ha avuto un’impennata.

Vecchi computer sono stati rimessi in moto, anche per far fronte al lavoro a distanza e all’e-learning dei nostri figli.

Ci siamo ripresi gli spazi delle nostre case. E ne abbiamo misurato, in molti casi, la limitatezza.

Il cibo con le sue ricette, il vino di qualità, il canto e la musica a consolarci, i film proposti dalle piattaforme online, il dialogo con il vicino di balcone. 

Tutto ciò che un tempo – 40 o 50 anni fa – pur in forme diverse era parte del nostro quotidiano, tutto ciò che era bene di prima necessità, è tornato prepotente ad emergere nelle nostre vite. 

C’è chi è tornato a rifare i lavori di una volta, come le consegne casa per casa.

Chi, abituato ala negozio fisico e statico, si è scoperto ambulante.

C’è chi ha colto (o anche solo compreso) le opportunità legate al digitale:

  • per comunicare la propria azienda all’interno e all’esterno;
  • per tenersi in contatto con i propri clienti;
  • per riprogettare l’organizzazione della propria impresa;
  • per ripensare il proprio modo di essere nel mondo

Come ricorda Mark Schaefer, studioso e consulente di marketing e social media, siamo tornati alla base della piramide dei bisogni.

La “piramide di Maslow” ci ricorda che alla base vi sono i bisogni fisiologici: aria, acqua, cibo, riparo, riposo, vestiario, riproduzione.

Il gradino più su vi è il bisogno di sicurezza: sicurezza personale, occupazione, salute, ciò che ci appartiene, risorse su cui possiamo contare.

E più su ancora il bisogno di amore e di appartenenza: l’amicizia, l’intimità, la famiglia, il senso di relazione con gli altri.

 

Investimenti strategici: il Giornalismo d’Impresa

L’essere in linea con questi bisogni, il saperli soddisfare, distinguerà la ripartenza.

Solo chi sarà in grado di mettersi in linea con queste necessità potrà trovare davanti a sé opportunità imprenditoriali impensabili.

Un supplemento di sicurezza (igiene, lotta al virus) e di umanità (ascolto, dialogo, approccio empatico) farà la differenza.

Da parte sua, l’impresa ha un investimento ineludibile da fare. Quello nella Comunicazione Strategica.

La Comunicazione Strategica è fatta di ascolto, di osservazione, di analisi delle forze in campo dell’impresa e del contesto in cui opera.

Si articola poi nella pianificazione e nel progettare gli obiettivi da raggiungere.

LO fa tenendo conto delle persone – le Buyer Personas, soggetti reali e non folle anonime – a cui si rivolge. E per cui lavora.

Vi sono poi i mezzi e gli strumenti da utilizzare. Qui occorre un salto culturale importante.

I social media sono in tanti a saperli usare. Ma saperli usare nel modo più adatto al nostro interlocutore, con un tono di voce che ne colga le necessità, è un altro paio di maniche.

Cosa può dare di più e di diverso il Giornalismo d’Impresa – il Brand Journalism – in un quadro di Comunicazione Strategica?

Ecco alcuni punti, a mio parere fondamentali, del Giornalismo d’Impresa:

  • conoscenza dell’impresa e della sua storia, per comunicare in modo consapevole;
  • analisi dei flussi di informazione in entrata e in uscita;
  • riflessione su come vengono usati i mezzi (digitali e non) per comunicare;
  • inchiesta sull’ambiente in cui opera l’impresa e sugli altri attori in campo (i competitors);
  • sinergia fra gli strumenti multimediali da mettere in campo

Il cambio di paradigma e di società – di modello di sviluppo e del fare impresa – a cui ci spinge l’esperienza del Coronavirus può diventare un vantaggio.

La contrazione del reddito nazionale – il Prodotto interno lordo – può acquistare in qualità ciò che ha perso in quantità.

La qualità dello sviluppo può poi, con il tempo, in un’ottica di investimenti pluriennali, diventare motore di crescita anche quantitativa.

Tutto sarà diverso, ma in meglio, se la Comunicazione Strategica e il Brand Journalism saranno al centro della ripartenza di imprese e organizzazioni.

Vuoi approfondire i concetti che ti ho espresso in questo articolo sugli attori del Giornalismo d’Impresa? Hai una tua opinione da esprimere su cui costruire un articolo anche come “guest blogger”?

Scrivici alla email della redazione di Brand Journalist: redazione@brandjournalist.it

Puoi seguirci sul profilo LinkedIn di Brand Journalist.

(Photo credits: thanks to Harry Grout, Unsplash)