Brand Journalism: il Giornalismo di qualità per i momenti difficili.

E’ nei tempi di difficoltà, quando tutto sembra sciogliersi all’orizzonte, che abbiamo l’occasione di mettere in campo risorse che non sappiamo di avere.

O risorse che pensiamo di non poter utilizzare.

Una di queste risorse è il Giornalismo d’Impresa. Il Brand Journalism. Adatto soprattutto quando la crisi morde il sedere di un’azienda, di un’organizzazione.

Che senso ha fare Brand Journalism in un’impresa? E’ una domanda che si pongono sia i giornalisti che i manager.

Una domanda che fa cappottare entrambi. 

Le due parole “brand” e “giornalismo” sembrano agli antipodi.

Il giornalista ha sempre creduto – o forse ha fatto finta di credere – che nulla o punto vi sia in comune fra il lavoraccio del cronista e le logiche aziendali.

Qualche mio collega giornalista ha pensato invece di fare di sé stesso un’azienda. Al servizio di questo o quel cliente.

Di servi mediocri, del resto, gli è pieno il mondo. 

C’è poi chi, come me, ha interpretato da subito la professione di giornalista come il modo migliore di raccontare una città.

L’ho visto, questo mestiere, come un modo per mettere una comunità di fronte a sé stessa.

Diciamo che il giornalismo l’ho sempre interpretato come il racconto della realtà di tutti i giorni.

Un racconto veritiero. Un racconto vero. Non balle al vento.

Un racconto che va comunque al di là delle apparenze.

Così interpreto il Brand Journalism, che scava e ricerca e si informa – nel massimo rispetto di privacy e persone – ascoltando l’impresa

Per poi restituirne la “Storia” (con la S maiuscola) e la vita quotidiana, a beneficio innanzi tutto del lettore.


Il giornalismo : “Stanze di vita quotidiana”

Ero al primo anno di Filosofia, all’Università degli Studi di Padova, nel 1976, quando mi dissi che se la Filosofia – che tanto amavo e amo – era un ottimo modo di evadere dal quotidiano, ebbene io nel quotidiano ci volevo stare.

La vita quotidiana la volevo capire. La volevo rappresentare. 

Avevo ancora nel cuore e nella mente Stanze di vita quotidiana, il 33 giri – come si chiamavano allora i dischi – di Francesco Guccini.

La sua Canzone della vita quotidiana aveva segnato per sempre le mie giornate.

Le canzoni, il cinema, il giornalismo. C’erano vari modi per raccontare la realtà. Per raccontare una società, la gente e le sue relazioni.

Non mi era stato reso possibile fare il regista, da giovane, perché mia madre sosteneva che Roma era lontana.

E forse io stesso non ero affascinato dalle logiche del cinema romano. Mi ero accontentato, così, di fare il cineamatore.

Anche lì, con il film in Super 8, mi piaceva raccontare la vita quotidiana delle persone. I loro conflitti. I sogni. Le speranze deluse.

 

Brand Journalism: viaggio nella vita di un’azienda

Il Brand Journalism, per come lo vedo io, è una declinazione di quel giornalismo in cui ho sempre creduto.

Al posto di una comunità, possiamo raccontare i sogni, la vita quotidiana, le relazioni di un’azienda, che poi è comunità pure quella.

Forse più che Brand Journalism, che dà l’idea di fermarsi al logo (e al suo significato) di un’impresa, dovremmo chiamarlo Company Journalism

L’importante è rispettare tre requisiti:

  • l’indipendenza da ogni pressione esterna,
  • i riferimenti deontologici della professione di giornalista,
  • la volontà di ricercare e poi di raccontare.

Giusto 25 anni fa – il 14 febbraio 1995 – un brivido di felicità percorse tutto me stesso dopo aver superato l’esame di Stato per diventare giornalista professionista.

Ero diventato (così mi sentivo) un “giornalista vero” e felice in una Roma tiepida di un febbraio che era pronto ad annunciare l’imminente primavera.


Il giornalismo investigativo

Passato attraverso le narrazioni della politica locale, i resoconti delle amministrazione comunali, i racconti della vita delle persone meno fortunate, alla fine sono approdato al giornalismo investigativo.

L’occasione è stata quella dello studio – partito dalla tesi di laurea di una mia studentessa – di un vecchio caso giudiziario: il (presunto) rapimento e (presunto) omicidio di Milena Sutter.

E’ uno di quei casi che i giornali hanno considerato, al pari dei magistrati, chiuso. E che è invece tutto da esplorare.

Cos’hanno a che fare il giornalismo investigativo e il Brand Journalism, verrebbe da chiedersi?

Di sicuro la passione dello scavare in una certa situazione.

Di sicuro la voglia di ricercare e scoprire i lati nascosti, anche scomodi, delle cose.

Di contribuire a rendere migliore il contesto sociale, culturale, economico in cui si indaga.

E di restituire, in modo onesto, un racconto al lettore, appassionandolo, portandolo a interrogarsi. E sollecitandolo a contribuire a una società migliore.

 

Il giornalismo d’impresa non è propaganda

Tutto questo, come si vede, nulla ha a che vedere con la propaganda. Con le veline.

La propaganda usa le armi della persuasione – o almeno ci prova – per convincere il lettore di un qualche cosa che può essere vero o può essere falso.

La propaganda non ha a cuore, come accade invece al giornalismo, la verità sostanziale dei fatti; non ha a cuore la comprensione delle relazioni fra persone.

Il giornalismo ha invece fra i suoi obiettivi la formazione dei lettori. E certo la voglia di dare riscontro dei fatti in modo completo e oggettivo. 

I giornalisti sanno che le informazioni e la conoscenza che trasmettono possono cambiare in meglio, oppure in peggio, le relazioni interpersonali. E le società.

Tutto questo si collega con la spinta che ogni vero imprenditore sente verso l’innovare modi e contenuti del lavoro; verso il migliorare le condizioni di vita; verso il vivere una vita migliore.

 

Brand Journalism, impresa e vita sociale

Se il Brand Journalism riesce a rendere migliore anche solo un’impresa e l’ambiente che ha attorno, allora ha raggiunto il suo obiettivo.

E il giornalismo tout-court non può che gioirne.

Certo, occorre una forte tensione etica per fare un giornalismo che punta al miglioramento.

Spesso, sbagliando, si associa il giornalismo alle notizie negative. Quasi fossimo stati programmati solo per raccontare le sfighe.

Come insegna Sergio Lepri, per 30 anni direttore dell’agenzia Ansa, nel libro “Professione giornalista”, il giornalismo non è solo il raccontare il padrone che morde il cane.

Il giornalismo non è solo narrazione di qualcosa di straordinario, spesso negativo, che irrompe nelle nostre vite: uccisioni, alluvioni, disastri, azioni terroristiche, cadute in Borsa.

Il giornalismo è anche racconto della continuità. E’ narrazione delle cose di tutti i giorni che influenzano la nostra vita.

Il giornalismo è una “cartografia dell’esistente”. Una mappa che aiuta il nostro lettore a capire questa vita così maledettamente complessa.

La domanda allora è: vuoi che anche la tua impresa faccia parte di quella narrazione?

Perché ciò avvenga occorre un giornalismo di qualità. Perché senza Giornalismo non vi è racconto convincente.

Senza giornalismo di qualità non vi è racconto veritiero. Non vi è attività volta a migliorare l’impresa e il contesto in cui l’impresa si muove.

Non vi è neppure storytelling. Senza il Brand Journalism inteso come giornalismo di qualità, vi è al massimo quello che ho soprannominato storyballing.

Lo storyballing è il gusto di raccontare balle, in modo patinato, sapendo che poco o nulla hanno a che fare con la verità sostanziale dei fatti.

Il Brand Journalism, invece, è un giornalismo che punta proprio a quella verità. A servizio dell’impresa; e a servizio della comunità dattorno.  

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