Comunicare, ascoltare, prendersi cura: le tre vie per avvicinare imprese e persone.

Il “distanziamento fisico” può diventare un’opportunità di “avvicinamento sociale”? Penso proprio di sì. E ora provo a dimostrartelo.

Siamo bombardati da mesi dal tema del “distanziamento sociale”, collegato al rischio di contagio da Coronavirus.

“Distanziamento sociale” è un’orrenda espressione che è la mera traduzione letteraria dell’analoga espressione in lingua inglese.

E’ più corretto parlare di “distanziamento fisico”.

Perché il Coronavirus – al di là dei drammi umani e dei problemi sanitari ed economici che procura – può invece favorire “strette relazioni sociali”.

Come? Con il Brand Journalism, il Webmarketing e la Comunicazione Strategica.

 

Distanziamento fisico e vicinanza sociale

Sono tornato, dopo oltre quattro mesi, al ristorante.

Sono andato in un locale molto noto di Verona, “Al Calmiere”, in piazza San Zeno, vicino alla basilica dedicata a Zeno, il “vescovo moro” (era di origini africane), patrono della mia città.

Sotto gli alberi, cullato da una lieve brezza primaverile, ho avuto un certo timore al primo impatto.

Ho ben presente il virus Covid-19 e che cosa ha prodotto in persone che mi sono care.

Assunti i dovuti comportamenti di prudenza, alla fine di questa nuova esperienza non ho avvertito alcun distanziamento sociale rispetto alle persone che avevo vicino.

Anzi, la distanza di oltre un metro fra i tavoli – apprezzata da sempre dagli avventori e detestata dai ristoratori perché si traduce in meno coperti – mi ha permesso di sentirmi più rilassato e in sintonia con gli altri clienti.

Non ho tuttavia potuto evitare di sapere che due signore avevano macinato, il giorno prima, in bicicletta 60 km sulle colline della Valpolicella. E che la mattina del pranzo erano andare a correre.

Una di queste ha un ristorante. Altre due clienti allo stesso tavolo si sono mostrate molto appassionate di Facebook, che conoscono poco: ne hanno parlato come fosse una pietra magica che ci fa contattare il mondo.

Le precauzioni anti-virus e le distanze fisiche, in casi come questi, possono servire a un ristoratore per mostrare il massimo della cura per il proprio cliente.

La comunicazione può esserne avvantaggiata grazie all’utilizzo degli smartphone: menù sul sito web del ristorante, aggiornamenti sui piatti del giorno, retroscena su come si lavora in cucina.

La distanza fisica comporta – è inevitabile in questi casi – un avvicinamento sul piano comunicativo.

Sta all’imprenditore utilizzare questa necessità come un’opportunità per una relazione più stretta con il cliente (o il potenziale acquirente).

La “psicologia di internet” ci insegna come attraverso la mediazione di un computer – e lo smartphone è un piccolo computer – sia possibile entrare in intimità con l’altra persona.

Ci possiamo permettere messaggi più convincenti e persuasivi, se ben formulati, degli stessi messaggi vis-à-vis.

Lo smartphone che portiamo in tasca è un oggetto speciale per noi. Vi è dentro la nostra vita:

  • fotografie;
  • video;
  • messaggi d’amore e di lavoro;
  • notizie del giorno;
  • promemoria;
  • dati segreti

Poi ci sono anche i numeri di telefono, perché – fra le altre cose – lo smartphone serve pure per telefonare.

Quale mezzo di comunicazione migliore del telefono, allora, per entrare in contatto con il cliente di un’impresa? O per continuare a essere connessi?

La comunicazione, certo, richiede misura, ascolto, attenzione, cura dell’altro. Richiede professionalità e un supplemento di umanità.

E’ importante che non scordiamo un dato di fatto fondamentale: dietro un computer, dietro a uno smartphone, c’è una persona. Un essere umano.

C’è una persona con le sue paure, i suoi sogni, i timori e le speranze. Con i suoi stati d’animo, di solitudine o di allegria, di malinconia o di convivialità.

La comunicazione, come amo ripetere, non può allora che essere “Comunicazione Strategica”. O non è comunicazione.

Senza strategia, senza ascolto, la comunicazione è solo informazione. Un parlarsi addosso. Un qualche cosa che pure un software può scrivere.

La fatica del comunicare, nella sua pregnanza, è come la fatica del vivere: appartiene solo agli esseri umani. Non agli altri animali. Né alle piante.


La comunicazione fa bene, purché sia autentica

Informare è una cosa. Comunicare è un altro mondo.

Posso informarti stando a 30 centimetri dalla tua faccia. E magari avere l’alito poco adatto. Non è un bell’informare, ne convengo.

Possiamo comunicare stando lontani 700 chilometri. E non vederci da 14 anni.
Perché se ci mettiamo l’anima, ogni barriera non ha alcun significato.

Ce lo insegna la Storia. Lo impariamo dalla Letteratura. Ci viene in sostegno il buonsenso, la vita quotidiana, il nostro essere persone.

Ogni supplemento di umanità ci porta – è inevitabile – al contatto sociale.

Non c’entra se abbiamo la mascherina o se camminiamo sui carboni ardenti.

Se facciamo impresa – per il profitto o per aiutare gli altri senza alcun ritorno – la comunicazione è il migliore strumento per essere in relazione con gli altri.

“Non possiamo non comunicare”, ci ha insegnato la Scuola di Palo Alto.

E’ tutto qui il segreto: nel nostro modo di essere comunicanti. Nell’ascoltare. Nel capire l’Altro fin dalla sua anima. 

Una gran fatica, che pure a me – che studio la comunicazione da oltre vent’anni – non riesce sempre. E non riesce facile.

Capire gli altri, non significa tanto coglierne i gesti o le microespressioni per trarne deduzioni. Pure quello serve.

Per un miope come me, capire gli altri vuol dire “sentirli”. E quando non li sento, rischio di perderli.

Per un’impresa, sentire gli altri vuol dire ascoltare i bisogni, le paure, le speranze. Il bisogno di relazione.

Quando hai voglia degli altri, non per “mangiarli” ma per esserne al servizio, allora non c’è “distanziamento fisico” che tenga. La partita della comunicazione è sulla strada per essere vinta.

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(Photo credits: thanks to Pablo-Merchan-Montes, Unsplash)

La canzone che ti consiglio, da abbinare a questo articolo, è “Vorrei”, di Francesco Guccini.